Ex Novo Ensemble



Gran Teatro "La Fenice", Sale Apollinee, Mercoledì 2 novembre 2011, ore 20.00
MI STRUGGO AL SUON DELLE PAROLE
Monica Bacelli mezzosoprano
Alberto Caprioli direttore
Ex Novo Ensemble
Daniele Ruggieri flauto
Davide Teodoro clarinetto
Carlo Lazari violino
Mario Paladin viola
Carlo Teodoro violoncello
Aldo Orvieto pianoforte
Guida critica di Alberto Caprioli
GIOVANNI PIERLUIGI DA PALESTRINA (1525-1594)/BRUNO MORETTI (1957)
Sicut cervus (1584)
trascrizione di Bruno Moretti per flauto, clarinetto, violino, viola, violoncello e celesta (2011)
Commissione Ex Novo Musica
Prima esecuzione assoluta
CLAUDIO MONTEVERDI (1567-1643)/OTTORINO RESPIGHI (1879-1936)
Lamento di Arianna (1608, testo di Ottavio Rinuccini, 1562-1621)
armonizzato da Ottorino Respighi (1908) per canto e pianoforte
LUCIANO BERIO (1925-2003)
Air da Opera (1970 testo di Alessandro Striggio dal primo atto dell'Orfeo di Monteverdi)
per voce, violino, viola, violoncello e pianoforte
FRANZ LIST (1811-1886)
Benedetto sia il giorno (1883 testo di Petrarca, Sonetto XXXIX)
I' vidi in terra angelici costumi (1883 testo di Petrarca, Sonetto CV)
per canto e pianoforte
NINO ROTA (1911-1979)
Ballata e Sonetto del Petrarca (1993)
Sonetto del Petrarca (1993)
per canto e pianoforte
ALFREDO CASELLA (1883-1947)
Sicilienne et Burlesqueop. 23 (1914)
per flauto e pianoforte
Andantino languido e dolce - Presto vivace
FRANK MARTIN (1890-1974)
Drey Minnelieder (1960)
- Ach Herzliep (Testo anonimo del XIII secolo)
- Ez stuont ein frouwe alleine (Dietmar von Aist, XII secolo)
- Unter der linden (Walther von der Vogelweide 1170-1228)
per voce, flauto, viola e violoncello
ALBERTO CAPRIOLI (1956)
Fuggente (a Giovanni Morelli, voce del pensiero) (2010/11)
testo da: Il tramonto della luna di Giacomo Leopardi
per voce, flauto, clarinetto, violino, viola, violoncello e pianoforte
Commissione Ex Novo Musica
Prima esecuzione assoluta
PRESENTAZIONE
Il tema di questa sera viene indicato dal titolo di un recente saggio di Yves
Bonnefoy (Archinto, 2010), in cui il grande poeta e saggista indaga, non senza
qualche tratto di misticismo, una problematica tra le più antiche, ovvero il
complesso rapporto che lega musica e poesia, in un'attenta analisi arricchita da
richiami a esperienze personali di ascolto e di lettura. Bonnefoy pone l'accento
sugli elementi musicali propri del significante, a suggerire che la musica
deriva dalla poesia: "non ho mai smesso di ritenere che il nucleo stesso di
questa vita nelle parole sia un'esperienza che mi sembra parente della musica o
che, per meglio dire, me ne sembra l'origine. Le poesie che leggevo quand'ero
bambino, pensieri e immagini piuttosto ingenui, mi avvincevano soprattutto per
come si allontanavano dall'espressione comune attraverso allitterazioni,
assonanze, ritmi che, senza essere musica, assegnavano tuttavia all'ascolto
un'importanza non meno particolare che fondamentale. Leggere non era niente; si
trattava di sentire e di ripetersi sottovoce quegli accadimenti di suono nelle
parole." La poesia è rivelazione dell'assoluto, del noumeno, ma senza una
formazione di compromesso tra una valenza puramente musicale delle parole e un
uso comunicativo della lingua, questa realtà profonda e sconosciuta rimarrebbe
nel campo dell'ineffabile, la nostra mente non potrebbe concettualizzarla. Lo
stesso avverrebbe con una musica in cui i suoni fossero assoluti, cioè non
regolati da una struttura formale.
All'affermazione della perfetta autonomia del linguaggio musicale punta, invece,
un saggio, Musica di Elio Mattassi (Guida, 2004), in cui si illustra il divenire
storico della concezione dell'arte dei suoni, nel suo rapporto con la filosofia
e il linguaggio verbale, dall'antichità alla contemporaneità. Se per la
classicità la musica sembra risolversi tutta nella filosofia, che è altissima
musica perché sa esibire le modalità secondo cui si accordano le relazioni
cogliendo il nesso che lega le cose, in età romantica E. Th. A. Hoffmann, nella
celebre recensione alla Quinta di Beethoven, rivendica l'autonomia della musica
da ogni altro modello linguistico, autonomia che Hanslick spiega attraverso la
coincidenza tra mezzo e fine, significante e significato, che crea una sorta di
autarchia autoreferenziale. Dunque per i contemporanei la musica è un
linguaggio a sé, divenendo essa stessa una forma di pensiero filosofico fondato
sulla superiorità estetica del suono. A questo proposito il filosofo Ernst
Bloch rileva che il suono non si fa solo contemplare, ma rimanda ad una
dimensione utopica che ne colora la stessa sostanza, conferendogli una forza
espressiva che lo proietta al di là della parola, della puntualità semantica,
del riferimento; perciò nega l'esistenza di un dualismo tra musica assoluta e
musica rappresentativa, ma la musica è essa stessa parola, possibilità di
linguaggio. Il gesto espressivo del musicale si sostiene da solo, porta dentro
di sé le istanze drammatiche della parola, sublimandola come testimoniano i
gesti teatrali della scrittura di Bruckner e le cesellate allusioni
liederistiche della musica di Brahms. Analogamente secondo Benjamin vi è uno
strato profondo del linguaggio, che giace tutto all'interno del suono della
parola: quel residuo, che per noi rappresenta l' "intontivo", è nella
speculazione benjaminiana un lato interno, nascosto, dove giace la possibilità
della rivelazione, e della redenzione del linguaggio stesso.
Alla luce delle riflessioni desunte dai due saggi citati, l' alleanza tra musica
e poesia può essere intesa come un intimo rapporto tra due diversi mondi
espressivi, ognuno dei quali pur affermando la propria specificità mette in
valore l'altro accogliendolo in sé: la musica si fa poesia, la poesia si fa
musica. E questo vale tanto più nel caso in cui un compositore di genio si
cimenti nell'ardua impresa di ricreare musicalmente un grande capolavoro
poetico: la composizione che ne nasce è una nuova, originale creazione
estetica, immersa in un suo contesto estetico-culturale, nonché libera da ogni
presunta soggezione rispetto al testo, per quanto insigne.
Giovanni Pierluigi da Palestrina/Bruno Moretti Sicut cervus
Ripercorrendo un altro tema ricorrente in Ex Novo Musica 2011, l'arte della
trascrizione, rileviamo necessità estetiche parallele a quelle fin qui
rilevate. Anche la trascrizione musicale non può che essere una bella infedele
, un adorabile tradimento, quasi una sfida tra le sensibilità dei due co-autori
del lavoro. In questo senso possiamo leggere le parole di Bruno Moretti:
"dalla maestosa monumentalità della polifonia vocale di Palestrina, questa
trascrizione per voce sola ripercorre a ritroso i quasi dieci secoli di musica
sacra vocale e ritorna "ad fontes" del severo e composto canto
liturgico monodico. Gli strumenti, violino viola violoncello flauto clarinetto e
celesta, non forniscono altro che la materia circostante, gli echi dell'ambiente
austero e spoglio delle prime cattedrali cristiane, in un rincorrersi di
frammenti melodici estratti dal tessuto contrappuntistico delle quattro voci
originali. Un ritorno alle acque primordiali del canto religioso che avrebbe
generato nei secoli seguenti, come l'esplosione di una supernova, tutti gli
elementi della musica attuale". Sicut cervus (1581) di Giovanni Pierluigi
da Palestrina è un mottetto il cui testo è tratto dal salmo 41 (42 secondo la
numerazione ebraica). Nella liturgia tradizionale assume due funzioni pregnanti:
"viene eseguito nella veglia pasquale durante la processione al fonte
battesimale, dopo il rito dell'accensione del fuoco sacro che chiude il lungo
periodo del buio quaresimale; e durante l'Officium Defunctorum assumendo un
significato completamente diverso e cioè quello dell'anima che desidera tornare
alla sua dimora celeste."
Claudio Monteverdi/Ottorino Respighi Lamento di Arianna
Fin dagli anni giovanili di militanza (come violista) nel Quintetto Mugellini,
Respighi cominciò a produrre revisioni e trascrizioni da pagine antiche,
conseguenza di una passione, ereditata da Luigi Torchi (1858-1920, uno dei
pionieri della musicologia italiana), e coltivata nella biblioteca del Liceo
Musicale di Bologna. Tra il 1906 e il 1908, Respighi produrrà 14 importanti
trascrizioni di Sonate di Ariosti, Locatelli, Tartini, Veracini, Valentini,
Vivaldi, Porpora, Vitali e Bach, e la trascrizione del Lamento d'Arianna di
Monteverdi: questo lavoro sembra dare appuntamento, con quasi trent'anni di
anticipo, a quella che resterà la più importante fatica di Respighi in
quest'opera di "restauro in stile moderno", la revisione dell'Orfeo.
Questo impulso a reinterpretare e far rivivere, tramite una mediazione creativa,
pagine nate in momenti storici ormai remoti, sarà costante d'ora in poi in
tutta la carriera di Respighi: dando vita a lavori come le Antiche danze ed arie
per liuto, la Passacaglia e fuga o i Tre corali di Bach o i pezzi pianistici di
Rossini inclusi nella Boutique fantasque. Seconda opera di Claudio Monteverdi
dopo l'Orfeo, Arianna (1608, su libretto del poeta fiorentino Ottavio Rinuccini)
fu composta per le feste nuziali del Principe Francesco Gonzaga e Margherita di
Savoia. Purtroppo l'unica parte rimasta dell'opera è il Lamento, che da allora
conobbe grande popolarità in Italia e in Europa. A Berlino, nel settembre 1908
Respighi, ingaggiato come pianista accompagnatore presso la scuola di canto
privata di Etelka Gardini Gerster (1855-1920, soprano ungherese di fama
internazionale) ebbe la fortuna di veder apprezzata la sua trascrizione del
Lamento dal famoso direttore d'orchestra Artur Nikisch, che la eseguì il 12
ottobre alla Filarmonica di Berlino, con Julia Culp solista. Il 18 ottobre
Respighi riferiva al padre: "sono uscite le critiche che parlano di me per
1'Arianna e sono splendide, specialmente quella di un giornale musicale, 1'Allgemeine
Musikzeitung, che mi ha dedicato una mezza colonna [...]. Ha detto che si deve a
me se si va eseguendo questa musica antica italiana, che, altrimenti, resterebbe
sepolta nelle biblioteche. La istrumentazione poi è piaciuta a tutti
quanti." Un confronto tra l'originale monteverdiano e la versione del
Lamento di Arianna di Respighi (che ascolteremo stasera nella sua autografa
versione cameristica) evidenzia un'esigenza di attualizzarne la drammaturgia
rivedendone la trama: operazione radicale e sapientemente infedele, attuata con
gusto teatrale e magistrale cura artigianale.
Luciano Berio Air da "Opera"
Opéra di Luciano Berio propone un nuovo teatro musicale che traduce
l'universale attraverso i miti: antichi miti conosciuti (Orfeo) e nuovi miti,
fondati su una realtà concreta e/o universale (il Titanic e Terminal). La
compattezza del linguaggio di Opéra, intessuto d'abitudini, di ripetizioni o di
stereotipi dei comportamenti, propone differenti modalità di lettura,
incentrate sempre sul tema della morte. La condensazione dei tre miti per mezzo
della musica, nello spazio-tempo limitato dell'opera scenica, mette in evidenza
il fatto che il mito è presente ovunque si raccontino o si evochino delle
storie: dalla storia individuale sotto forma di monologo interiore o
conversazione dialogata, alla presentazione didattica, al commento distaccato o
al riferimento della citazione che instaurano situazioni conosciute.
I tre atti di Opéra mettono in sequenza e sovrappongono caratteristiche sonore
legate ai tre distinti piani dello spettacolo. L'opera di Berio non racconta
alcuna storia coerente: la parte testuale si pone come un immaginario scenario
disgregato che procede in modo permanente per condensazione e spostamento dei
luoghi dell'enunciazione. La sovrapposizione dei riferimenti mitici impone la
molteplicità di funzioni delle situazioni sceniche che possono essere lette in
molteplici contesti simultaneamente. Opéra non presenta agli spettatori una
storia convenzionale, ma propone loro un insieme centrato di istanze di
identificazione, che permette di scoprire la parte nascosta delle storie: vale a
dire scoprire il mito, la zona inesplorata che sottende ogni esperienza umana.
Il primo atto si apre con Air, in cui una cantante, accompagnata da un pianista,
"impara" sulla scena un'aria il cui testo inglese si riferisce al
libretto di Striggio de L'Orfeo di Monteverdi. Questo inizio è impressionante
per la semplicità dei mezzi impiegati. L'effetto di esercizio vocale nella
parte della cantante che "impara" Air è ottenuto attraverso la
ripetizione vorticosa di curve cromatiche, tritoni, seconde e settime maggiori
che si fermano in modo inatteso su lunghe note tenute, smisurate in rapporto al
movimento ritmico uniforme mantenuto dal pianoforte. Il testo utilizzato in Air
è costituito da frammenti provenienti dal libretto di Alessandro Striggio de
L'Orfeo di Monteverdi: comprende un frammento dalla parte della Musica nel
prologo "Or mentre i canti", brani dal testo cantato da Orfeo nel
primo atto "Rosa del ciel, vita del mondo", un frammento dal coro
delle ninfe e dei pastori della fine del primo atto "cui pur dianzi furon
cibo i sospir bevanda il pianto" e l'inizio dell'aria di Orfeo del secondo
atto dell'opera di Monteverdi "Vi ricorda". L'utilizzo del testo
originale nella traduzione in inglese di D. Stevens crea un effetto di presa di
distanza che facilita nel corso di Opera l'integrazione dei molteplici
riferimenti. L'allontanamento attraverso la "lingua interposta"
permette di cancellare il riferimento troppo evidente alla fonte originale e di
contribuire pertanto ai mutamenti dei tre piani mitici che il lavoro presenta.
Un collegamento per tuilage (da tuile, tegola, una prassi di canto nella quale
due voci o due gruppi di esecutori si alternano, in modo che il secondo si
sovrappone all'ultimo suono o all'ultima frase del primo) sovrappone appunto la
scena dell'esercizio vocale con quella della sala di accoglienza di un ospedale
(da Terminal, dal repertorio dell'Open Theatre), e con la scena della sala
passeggeri di una nave (sull'esempio del naufragio del Titanic). La neutralità
del dialogo parlato dei malati e/o dei passeggeri permette l'integrarsi di
questa scena con la situazione iniziale polivalente, elaborata in vista del
futuro nella composizione dell'insieme dello spettacolo.
Franz Liszt Benedetto sia il giorno, I' vidi in terra angelici costumi
Liszt conosceva fin da giovane, negli anni di Parigi, l'opera poetica di
Francesco Petrarca: ne sono prova sia una sua lettera del 1833, nella quale
confessa il suo amore alla contessa Marie d'Agoult, futura compagna e madre dei
suoi tre figli, citando gli ultimi versi del sonetto CLXX ("Più volte già
dal bel sembiante umano") che la presenza di un'edizione italiana del 1805,
e due successive traduzioni francesi del Canzoniere (1842 e 1843) nella sua
biblioteca lasciata in eredità a Weimar.
I tre sonetti del Canzoniere: "Benedetto sia 'l giorno" (LXI - 47),
"Pace non trovo" (CXXXIV - 104) e "I' vidi in terra angelici
costumi" (CLVI - 123) esistono ciascuno in varie versioni per voce e
pianoforte e nella forma per pianoforte solo: la storia della composizioni su
testi del Petrarca abbraccia quasi quarant'anni. Le prime versioni (del 1843)
sono per voce acuta: Liszt, infatti, trasse ispirazione dalla tradizione
operistica italiana del bel canto, concependo una voce spiegata in una libera
declamazione dei versi alla quale si affianca un trattamento virtuosistico della
parte pianistica. Le forme musicali non rispecchiano la struttura metrica del
sonetto, poiché Liszt considerò sempre la poesia come materia prima da
trattare liberamente. Si conservano poi due manoscritti degli anni 1850 di
"Benedetto sia 'l giorno": il primo, del 1851, dedicato al famoso
cantante italiano Salvatore Marchesi; il secondo, del 1854, dedicato alla
duchessa Carolyne von Sayn-Wittgenstein, seconda compagna di Liszt. Nel 1864 il
compositore curò una nuova versione dei sonetti, ma l'edizione definitiva usci,
presso Schott , solo nel 1883. In vista della pubblicazione, nell'agosto del
1882, egli scriveva a Carolyne: "La Schott […] pubblicherà i tre
Sonetti-Petrarca per canto che saranno illustrati con il Suo grazioso disegno
raffigurante gli allori del Petrarca e Laura - come lo fu nel caso delle
variazioni per pianoforte degli stessi sonetti, sull'edizione di 25 anni fa. Ho
cercato di dare la forma definitiva al canto di questi sonetti, facendo del mio
meglio per renderli cristallini, trasparenti, degni delle poesie. Con un tenore
amoroso non volgare, dotato di un certo idealismo del cuore, forse potranno
ottenere un po' di successo". Quest'ultima versione dei sonetti, è scritta
per voce media ed è caratterizzata dallo stile essenziale, quasi privo di mezzi
e intimamente espressivo dell'ultimo Liszt; pochi suoni, molto ben meditati
nella parte pianistica, di raffinatezza armonica davvero rimarchevole. Il
percorso artistico che si evince scorrendo le diverse versioni dei Sonetti ci
mostra il grande sviluppo del pensiero lisztiano attraverso quarant'anni di
meditazioni, la sua acquisizione del tutto personale della lezione di Wagner, lo
sviluppo di una religiosità scevra da condizionamenti e profondamente serena.
Alfredo Casella Sicilienne et Burlesque
Un primo tratto che accomuna Nino Rota a Franz Liszt è senz'altro un forte
sentimento religioso, sempre gelosamente custodito: ne sono prova Missa Brevis
(1961) , il Mysterium (1962) e numerose liriche sacre che Rota non fece mai
pubblicare e che hanno visto la luce solo pochi anni or sono: Salmo VI e Salmo
99 (1943), Salve Regina (1958), Psallite (1958). Nino Rota fu bimbo prodigio che
iniziò a comporre a 8 anni; studi regolari lo portarono ad essere allievo dei
grandi maestri del suo tempo, Pizzetti e Casella, sotto la cui guida si diplomò
nel 1930 in composizione. Su indicazione di Toscanini, strenuo oppositore della
musica d'avanguardia, ma anche per merito dello stesso Casella, uomo generoso e
di larghe vedute, concluse gli studi al Curtis Institut di Filadelfia grazie ad
una borsa di studio. Nino Rota ricorda Casella con entusiasmo come "proprio
una persona superiore; tant'è vero che l'unico musicista da cui posso dire di
non aver subito alcun influsso è stato proprio Casella: lui capiva anche le
nature lontanissime dalla sua". Il brano di Casella che ascolteremo
stasera, quasi come intermezzo strumentale in questo contesto dedicato alla
alleanza tra musica e poesia, la Siciliana e Burlesca, è uno di quei lavori che
porta in evidenza l'arcano mondo sonoro di Casella. Come ha spesso rilevato
Massimo Mila, Casella si sentiva sempre in bilico tra la lezione della musica
italiana antica, quella dell'impressionismo francese e quella di Stravinsky.
Tendenze stilistiche che, infondo, gli appartenevano tutte ma che egli aspirava
con volontà impetuosa e un desiderio inappagato di superarsi, a tradurre in una
poetica nuova.
Frank Martin Drey Minnelieder
I Drey Minnelieder, composti nel 1960 su commissione del RIAS di Berlino,
fanno parte di una serie di opere su testi medioevali tra le quali spiccano il
Mystère de la Nativité e Pilate, due oratori tratti rispettivamente dal
Mystère de la Passion di Arnoul Gréban (XVº sec.) e dall'Ode à la musique di
Guillaume de Machaut (XIVº sec.). Frank Martin, figlio di un pastore, ha sempre
ammesso aver avuto la religione protestante un ruolo primario in tutta la sua
esistenza: "Ogni sentimento, ogni pensiero, ogni fede si manifesta nel
mondo quando s'incarna in una materia.[… ] Così lo spirito perde molto della
sua forza, in quanto spirito: ma qualcosa si è incarnato in una materia, in una
musica, e questa materia è divenuta capace, qualche volta, di ricreare lo
spirito, o di risvegliare lo spirito presso altri uomini."
Per Frank Martin l'opera d'arte, in quanto semplice medium tra lo spirito e la
sua incarnazione, dovrebbe "far dimenticare il suo autore". Il grande
musicologo Fedele D'Amico, quando nel 1949 scrisse la presentazione all'oratorio
Golgotha, ne comprese perfettamente l'atteggiamento: "Giacché il primo
carattere della sua personalità è appunto questo: di non essere "una
personalità" […]. Frank Martin sembra piuttosto esprimere un momento
storico in cui il culto della personalità è fortemente impallidito, e in cui
urge piuttosto l'esigenza di definire un generale clima di cultura e di
civiltà, attentamente vagliato e investito da una segreta commozione
umanistica".
Frank Martin si è confrontato a lungo con le regole della dodecafonia:
"Come tutte le rivoluzioni, [quella di Schönberg] crede che il futuro è
suo, non comprendendo che per la sua essenza, è in se stessa è effimera e il
suo apporto positivo non può essere fecondo altro che se si integra nei valori
permanenti della musica. Perché in arte gli unici valori reali sono quelli che
uniscono ciò che è immediato con ciò che permane." Il compositore non
aderì alla dodecafonia, considerando tuttavia tale teoria uno strumento adatto
ad arricchire il proprio linguaggio. Così giunse a pensare un'armonia di stile
classico accresciuta dal dodecafonismo: "Personalmente devo sempre a
Schonberg e alla sua teoria, anche condannandola con tutta la forza della mia
sensibilità musicale, di aver introdotto nel mondo la musica atonale":
Schonberg con la sua fermezza dogmatica ha, per così dire, obbligato Frank
Martin ad aprire la propria sensibilità alla ricerca di dinamiche atonali nella
composizione musicale.
Nei Drey Minnelieder Martin accetta la tonalità e ne manipola le forze,
creando, e poi risolvendo, conflitti tra diversi centri tonali: le momentanee
ascese della tensione musicale favoriscono una istanza espressiva intensa ma
flessibile che non sacrifica gli assunti di base di creare una tessitura fine e
una dizione quasi spoglia del testo poetico. Composte immediatamente dopo il
Mystère de la Nativité presentano una scrittura incisiva e spontanea di
eloquente vitalità, ma la medesima ascetica economia di mezzi e significati. Le
ricerche linguistiche hanno messo in luce come la pronuncia del tedesco
medioevale si avvicinasse molto a quella dello svizzero tedesco e dell'olandese
dei nostri giorni: l'uso della lingua antica si salda dunque, anche in questo
caso, con l'attenzione per assicurare al testo una forte comunicatività
espressiva.
Nino Rota Ballata e Sonetto del Petrarca, Sonetto del Petrarca
I tre lavori di Petrarca (i Sonetti CCCLIII e CLXI e la Ballata CXLIX)
musicati da Rota risalgono al 1933, anno importante per la diffusione delle
opere del poeta in Italia in cui videro la luce i primi volumi della Edizione
Nazionale delle Opere di Francesco Petrarca. Già la scelta dei sonetti (in
contrapposizione alla lisztiana adorazione dei "dolci affanni") ci
mostra, come scrive Fedele D'amico, che "il canto di Nino Rota era gioia,
divertimento, umorismo, oppure abbandono al patetico, ma un patetico votato alla
catarsi, non mai all'angoscia dell'inconcluso. La discesa a qualsivoglia tipo di
inferi non era per lui, essere angelico per eccellenza. […] E una sorta di
angelo, o diciamo di umano non segnato dal peccato originale, scorgeva in lui
chiunque gli si accostasse". L'estrema, quasi maniacale, attenzione di
quegli anni alla costruzione di nuovi linguaggi, sistemi, direi quasi
ingranaggi, per scrivere musica, ha danneggiato la giusta ricezione della musica
di Rota, "una musica senza virgolette e, perciò, tale da poter restituire
i sentimenti grandi o piccoli nella loro immediatezza, nella loro
spontaneità"; una musica che (sono parole dello stesso Rota) "è
qualcosa che sta' nel più profondo di noi; per cui alcune sue manifestazioni
essa può giungere ad essere sentita come una voce divina apportatrice di un
messaggio perenne di bellezza, di gioia, di pace e di amore".
Alberto Caprioli Fuggente (a Giovanni Morelli, voce del pensiero)
Alberto Caprioli, così ci presenta la sua nuova opera Fuggente, per voce e
strumenti:
"La grana della voce di Fuggente, nuova versione di in canto, nasce
dall'irruenza di un'immedesimazione, cecità-visione-dialogo con il passato:
ewige Wiederkunft, eterna parusìa riversata sulla forte compresenza ed essenza
creatrice dell'interprete: dall'anelito penetrante di Mélisande all'alito
impercettibile ai confini del silenzio wie ein Hauch, dal grido soffocato del
monologo interiore di Fragmente - Stille al singulto tacitato della disperazione
senza parole (Sein zum Tode) della finale Des Freundes Umnachtung dell'Adagio
dalla Decima Sinfonia. Talora nascosta o appena affiorante dalle trame
intrecciate del tessuto strumentale, altrove intimamente sola, adolescente
androgina, spesso estranea alla ricerca alla tecnica all'espressività mediata
degli strumenti, la violenza della dialettica strumentale la ritrova partecipe e
vivida, poi d'improvviso assente, di nuovo complice nel profondo e subito
pallida sembianza fuggitiva del suono strumentale, surreale rispecchiamento
della voce degli strumenti che rincorrono a loro volta gli accenti umani. Il
testo esiste e insieme non esiste, resistendo alle tentazioni radicali del
metalinguaggio musicale, allegoria della lettura che si appropria della parola;
la parola è e non è - frammento soltanto suono - fotogramma rapito alla quiete
minacciosa delle architetture del linguaggio. E il paradigma poetico, con le sue
immagini, le sue finzioni e i suoi fantasmi, esplode nell'eteroglossia della
musica lacerandosi nell'attimo, senza ritorni e senza tempo."
(a cura di RC)
TESTI MUSICATI:
Giovanni Pierluigi da Palestrina /Bruno Moretti Sicut cervus
Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum:
ita desiderat anima mea ad te, Deus.
Sitivit anima mea ad Deum vivum:
quando veniam, et apparebo ante faciem Dei mei?
Fuerunt mihi lacrimæ meæ panes die ac nocte,
dum dicitur mihi per singulos dies:
ubi est Deus tuus?
Claudio Monteverdi /Ottorino Respighi Lamento di Arianna (Ottavio Rinuccini)
O Teseo, O Teseo mio,
Sì che mio ti vo' dir,
Che mio pur sei,
Benchè t'involi
Ahi crudo!
Agli occhi miei.
O Teseo mio
Se tu sapessi,
Oh Dio! Se tu sapessi
Ohimè, come s'affanna
La povera Arianna,
Forse, forse pentito
Rivolgeresti ancor
La prora al lito.
Ma con l'aure serene
Tu te ne vai felice,
Ed io qui piango.
Ahi che non pur risponde! Ahi che più d'aspe
E' sordo'a' miei lamenti!
O nembi, o turbini o venti
Sommergetelo voi
Dentro a quell'onde.
Correte orche o balene
E de le membra immonde
Empiete le voragini profonde!
Che parlo, Ahi che vaneggio?
Misera, ohimè che veggio
O Teseo ?
O Teseo mio.
Non son, non son quell'io
Non son quell'io
Che i feri detti sciolse;
Parlò l'affanno mio,
Parlò il dolore,
Parlò la lingua sì,
Ma non già il core.
Dove, dove è la fede
Che tanto mi giuravi?
Così nell'alta sede
Tu mi ripon degli Avi
Son queste le corone,
Onde m'addorni il crine?
Questi gli scettri sono,
Queste le gemme e gli ori?
Lasciarmi in abbandono
O fera che mi strazi e mi divori?
Ahi Teseo ahi Teseo mio,
Lascerai tu morire
Invan piangendo
Invan gridando aita,
La misera Arianna,
Ch'a te fidossi,
E ti diè gloria e vita?
Lasciatemi morire
Lasciatemi morire!
E che volete che mi conforte
In così dura sorte,
In così gran martire?
Lasciatemi morire
Lasciatemi morire!
Luciano Berio Air da "Opera" (Alessandro Striggio dal primo atto
dell'Orfeo di Monteverdi)
Now, as the tunes change, now gay now sad
Behold the trav'ler
Behold the trav'ler
Now as the tunes changenow gay now sad
Behold the trav'ler
For whom only a short time ago
For whom sighs were food and tears were drink
Sighs were food and tears were drink
Now as the tunes change now gay now sad
Behold the trav'ler
For whom sighs were food and tears were drink
And tears were drink
Rose of the sky of the world
When did you see
When did you see
When did you see
A more joyful lover?
When did you see
A more joyful lover?
Rose Rose Rose of the sky
Life of the world
When did you see
A more joyful lover?
Now as the tunes change now gay now sad
Behold the trav'ler
For whom only a short time ago
Sighs were food and tears were drink |
Hor mentre i canti alterno, hor lieti hor mesti
Osservate il viandante
Osservate il viandante
Hor mentre i canti alterno, hor lieti hor mesti
Osservate il viandante
Cui pur dianzi
Cui furon cibo i sospir, bevanda il pianto
Furon cibo i sospir, bevanda il pianto
Hor mentre i canti alterno, hor lieti hor mesti
Osservate il viandante
Cui furon cibo i sospir, bevanda il pianto
Bevanda il pianto
Rosa del ciel, vita del mondo,
Quando vedesti mai
Quando vedesti mai
Quando vedesti mai
Di me più lieto e fortunato amante?
Quando vedesti mai
Di me più lieto e fortunato amante?
Rosa, Rosa, Rosa del ciel
Vita del mondo,
Quando vedesti mai
Di me più lieto e fortunato amante?
Hor mentre i canti alterno, hor lieti hor mesti
Osservate il viandante
Cui pur dianzi
Furon cibo i sospir, bevanda il pianto. |
Franz Liszt Benedetto sia il giorno (Sonetto XXXIX del Petrarca)
Benedetto sia 'l giorno, e 'l mese, e l'anno,
E la stagione, e 'l tempo, e l'ora, e 'l punto
E 'l bel paese e 'l loco, ov'io fui giunto
Da' duo begli occhi che legato m'ànno;
E benedetto il primo dolce affanno
Ch'i' ebbi ad esser con Amor congiunto,
E l'arco e la saette ond' i' fui punto,
E le piaghe, ch'infino al cor mi vanno.
Benedette le voci tante, ch'io
Chiamando il nome di Laura ho sparte,
E i sospiri e le lagrime e 'l desio.
E benedette sian tutte le carte
Ov'io fama le acquisto, e il pensier mio,
Ch'è sol di lei, si ch'altra non v'ha parte.
Franz Liszt I' vidi in terra angelici costumi (Sonetto CV del Petrarca)
I' vidi in terra angelici costumi,
E celesti bellezze al mondo sole;
Tal che di rimembrar mi giova, e dole:
Che quant'io miro, par sogni, ombre, e fumi.
E vidi lagrimar que' duo bei lumi,
Ch'han fatto mille volte invidia al sole;
Ed udì' sospirando dir parole
Che farian gir i monti, e stare i fiumi.
Amor! senno! valor, pietate, e doglia
Facean piangendo un più dolce concento
D'ogni altro, che nel mondo udir si soglia.
Ed era 'l cielo all'armonia s'intento
Che non si vedea in ramo mover foglia.
Tanta dolcezza avea pien l'aer e 'l vento.
Nino Rota Di tempo in tempo ( Ballata CXLIX del Petrarca)
Di tempo in tempo mi si fa men dura
l'angelica figura e 'l dolce riso,
e l'aria del bel viso
e degli occhi leggiadri meno oscura.
Che fanno meco omai questi sospiri
che nascean di dolore
e mostravan di fore
la mia angosciosa e desperata vita?
S'aven che 'l volto in quella parte giri
per acquetare il core,
parmi vedere Amore
mantener mia ragione e darmi aita.
Né però trovo ancor guerra finita
né tranquillo ogni stato del cor mio,
ché più m'arde 'l desio,
quanto più la speranza m'assicura.
Nino Rota Vago augelletto, che cantando vai (Sonetto CCCLIII del Petrarca)
Vago augelletto, che cantando vai,
o ver piangendo, il tuo tempo passato,
vedendoti la notte e 'l verno a lato,
e 'l dì dopo le spalle, e i mesi gai,
se come i tuoi gravosi affanni sai,
così sapessi il mio simìle stato,
verresti in grembo a questo sconsolato,
a partir seco i dolorosi guai.
I' non so se le parti sarian pari,
ché quella cui tu piangi, è forse in vita,
di ch'a me morte, e 'l ciel, son tanto avari;
ma la stagione, e l'ora men gradita,
col membrar de' dolci anni e de li amari,
a parlar teco con pietà m'invita.
Nino Rota O passi sparsi! (Sonetto CLXI del Petrarca)
O passi sparsi! O pensier vaghi e pronti!
O tenace memoria! o fero ardore!
o possente desire! o debil core!
oi occhi miei, occhi non già, ma fonti!
O fronde, onor de le famose fronti,
o sola insegna al gemino valore!
O faticosa vita, o dolce errore,
che mi fate ir cercando piagge e monti!
O bel viso, ove Amor inseme pose
gli sproni e 'l fren, ond'el mi punge e volve,
come a lui piace, e calcitrar non vale!
O anime gentili et amorose,
s'alcuna ha 'l mondo, e voi nude ombre e polve,
deh, ristate a veder quale è 'l mio male.
Frank Martin Drey Minnelieder
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Ach Herzliep (Testo anonimo del XIII secolo)
Ach herzeliep, ach herzeleit,
ach libes lieplich arebeit,
ach jachant min, ach balsam trôr,
ach de süezez zuckerrôr
libes unde herzen mîn,
ich bin vor der lâge dîn
der werlde abegesundert.
Daz wunder überwundert mich hât
daz ich verzaget bin.
Herze, lip, der sêle sin
haben lebens sich erwegen
sît si niht ander liebe pflegen
den wie si dich mit liebe segen.
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Ah struggimento
Ah struggimento, ah sofferenza,
ah squisito tormento della vita,
ah giacinto, ah rugiada balsamica,
ah dolce canna da zucchero
del mio cuore e della mia vita,
sono isolato dal mondo
dalla tua stretta.
Il prodigio mi ha sopraffatto
e ora sono scoraggiato.
Cuore, corpo, forza dell'anima
hanno rinunciato alla vita
da quando non si dedicano ad altri amori
per poterti celebrare con amore.
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Ez stuont ein frouwe alleine
(Dietmar von Aist, XII secolo)
Ez stuont ein frouwe alleine
und warte über heide
und warte ire liebe,
so gesach si valken fliegen.
" So wol dir, valke, daz du bist !
Du fliugest swar dir liep:
du erkiusest dir in dem walde
einem boum der dir gevalle.
alsô hân auch ich getân :
ich erkôs mir selber einem man
den erwelten mîniu ougen.
daz nîdent schoene frouwen.
owê wan lânt si mir min liep ?
Jô 'ngerte ich ir de keiner trûtes niet. "
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C'era una donna sola
C'era una donna sola
e osservava oltre la brughiera
e spiava verso il suo amato.
Ecco che vide un falco volare.
" Ben per te, falco, visto che sei un falco!
Voli sempre dove desideri:
ti cerchi nel bosco
un albero che ti piaccia.
Ho fatto anch'io così:
ho scelto per me un uomo
che soddisfacesse i miei occhi.
Questo mi invidiano le belle donne.
Ah, perché non mi lasciano il mio amato?
Sinceramente, non ho mai desiderato uno dei loro uomini!"
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Unter der linden
(Walther von der Vogelweide 1170-1228)
Under der linden
an der heide,
dâ unser zweier bette was,
dâ mugt ir vinden
schône beide
gebrochen bluomen unde gras.
vor dem walde in einem tal,
tandaradei,
schône sanc diu nahtegal.
Ich kam gegangen
zuo der ouwe,
dô was mîn friedel komen ê
dâ wart ich enpfangen,
hêre frouwe,
daz ich bin sælic iemer mê.
kuster mich? wol tûsent stunt,
tandaradei,
seht wie rôt mir ist der munt.
Dô hât er gemachet
alsô rîche
von bluomen eine bettestat.
des wirt noch gelachet
inneclîche,
kumt iemen an daz selbe pfat
bî den rôsen er wol mac,
tandaradei,
merken wâ mirz houbet lac.
Daz er bî mir læge,
wessez iemen
(nû enwelle got!), sô schamt ich mich.
wes er mit mir pflæge,
niemer niemen
bevinde daz wan er und ich
und ein kleinez vogellîn,
tandaradei,
daz mac wol getriuwe sîn.
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Sotto il tiglio
Sotto il tiglio
nel prato,
là era il nostro giaciglio,
là potrai trovare
armoniosi insieme
fiori rotti e erba.
In una valle al limitare della foresta,
tandaradei,
cantava armoniosamente l'usignolo.
Giunsi camminando
al prato,
il mio amante era già arrivato.
e colà venni accolta,
così gioiosamente
che ne rimasi inebriata.
Mi baciò? Almeno mille volte!
Tandaradei,
guarda, come è rossa la mia bocca.
Là egli aveva preparato
splendidamente
un letto di fiori.
Riderà di cuore
tra sé,
colui che passerà per quel sentiero
e tra le rose potrà intuire,
tandaredei,
dove giaceva il mio capo.
Lui giacque con me,
lo venisse a sapere qualcuno
(Dio non voglia!)
ne avrei vergogna,
mai nessuno saprà,
come egli fu con me, eccetto lui, e me,
e un uccellino
tandaradei
che certamente serberà il mio segreto.
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Alberto Caprioli, Fuggente
(Giacomo Leopardi, Il tramonto della luna )
Quale in notte solinga,
Sovra campagne inargentate ed acque,
Là 've zefiro aleggia,
E mille vaghi aspetti
E ingannevoli obbietti
Fingon l'ombre lontane
Infra l'onde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville;
Giunta al confin del cielo,
Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
Nell'infinito seno
Scende la luna; e si scolora il mondo;
Spariscon l'ombre, ed una
Oscurità la valle e il monte imbruna;
Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia,
L'estremo albor della fuggente luce,
Che dianzi gli fu duce,
Saluta il carrettier dalla sua via;
Tal si dilegua, e tale
Lascia l'età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l'ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
Le lontane speranze,
Ove s'appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
Resta la vita. [...]
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