Ex Novo Ensemble
Gran Teatro "La Fenice", Sale Apollinee, Sabato 22 ottobre 2011, ore 20.00 Armoniose transizioni Ex Novo Ensemble Daniele Ruggieri flauto Carlo Lazari violino Mario Paladin viola Carlo Teodoro violoncello Guida critica di Letizia Michielon GIOVANNI BATTISTA VIOTTI (1755-1824) ALESSANDRO ROLLA (1757-1841) LETIZIA MICHIELON (1969) ERMANNO WOLF-FERRARI (1876-1916) MAX REGER (1873-1916) Il programma di questa serata può essere letto, senza complicate sovrastrutture, come tributo a quegli
autori che si sono espressi
nell'ossequio alla "tradizione": termine che, come ben sappiamo, condivide
la medesima radice con il termine "tradimento". La parola dunque schiude il
nostro universo interpretativo ad almeno tre ambiti: la re-invenzione del
passato, il ri-trovamento delle radici del presente, la ri-cerca non traumatica del nuovo. La mutevolezza di giudizio sugli autori che operano in queste "zone di transizione",
che in qualche modo faticano ad aderire ad una lettura evolutiva del
pensiero musicale, è stata sempre sconcertante: la loro funzione di traghettatori, ricercatori di trait-d'-union tra prassi lungamente sperimentate e
nuove acquisizioni linguistiche, le loro pacate tendenze innovative sono
state sempre molto difficilmente recepite dai contemporanei. Valutiamo oggi
pienamente il grande valore delle opere di Viotti e Rolla nel contesto del
nascente Classicismo viennese, ma ci è difficile figurarci il clima di profondo
fermento che abitava la musica di quegli anni: cosa doveva succedere, in una
Accademia milanese dei primi decenni dell'Ottocento, in una serata in cui
Rolla - eccellente violinista e grande divulgatore - presentava un quartetto
dell'op. 59 di Beethoven, seguito da sue nuove composizioni; e a Parigi o a
Londra, dove Viotti visse, tra il 1782 e il 1824, freneticamente attivo come
violinista virtuoso, compositore, impresario? Quali dovevano essere i giudizi, i
gusti, le opinioni dei contemporanei verso la sua musica? Allo stesso modo -
cent'anni dopo - il critico
Carl Kreibs nel 1905 ci dipinge così lo sconcerto che provocava la musica di Reger:
«A volte compone in modo tanto
innocente da sembrare un bambino che si succhia ancora il pollice, a volte in
uno stile che induce gli ascoltatori a chiedersi se gli esecutori siano usciti
di senno». E che dire della figura emblematica di Ermanno Wolf-Ferrari,
eccellente operista del Novecento, nel quale si ammirano - più di cent'anni dopo - perfette
stilizzazioni del teatro di Rossini e Mozart? Giovanni Battista Viotti Quartetto in do minore op. 22 nº2, WII:14 La produzione per quartetto di Giovanni Battista Viotti si
articola in 18 opere originali (W II: 1-18): i dodici quartetti composti a Parigi tra gli anni 1783-86 e apparsi , sei
come op. 1 e sei come op. 3; i sei
quartetti composti a Londra di cui tre quartetti
con flauto apparsi come op. 22 nel periodo 1801-1806, e i Trois quatuors
concertans... Dédiés à son frère A.[ndré] Viotti, senza
numero d'opera del 1817. Non conosciamo la data esatta della prima
stampa londinese dei quartetti con flauto dell'opera 22, stampa che si può
far risalire al più tardi al 1806 in quanto immediatamente dopo apparvero,
quasi contemporaneamente altre due edizioni parigine e l'edizione di Breitkopf
& Härtel a Lipsia nel 1807. Un'ulteriore prova della diffusione dei
quartetti è la comparsa dei Trois duos pour deux violins op. 19, che
ebbero varie edizioni parigine negli anni 1806-1807. Il lettore noterà
ovviamente l'incongruenza: la trascrizione porta infatti un numero d'opera
antecedente all'opera originale. Giovanni Battista Viotti non faticava
evidentemente a trovare editori per le proprie opere, prova ne è che a fronte
di più di un centinaio di composizioni originali, troviamo quasi altrettante
trascrizioni. L'autore stesso o altri compositori-interpreti noti all'epoca
le predisponevano, segno l'immediata ricezione del pubblico, con rapidità
sorprendente: tra i trascrittori delle opere di Viotti troviamo i pianisti Jan
Ladislav Dussek, Jean Baptist Cramer, Muzio Clementi, ma anche il flautista François
Devienne (primo insegnante di
flauto presso il Conservatoire che trascrive nel 1804 il Concerto per violino WI:23). E' noto a
questo proposito il pensiero di Beethoven a proposito della «mania» che
definisce «mostruosa» di
strumentare le composizioni per organici differenti da quelli originali; ed
anche l'avidità dei flautisti dilettanti, nel veder trascritto ogni genere di
lavoro per il proprio strumento, non
viene certo sottaciuta: «in tal modo sarebbero soddisfatti gli appassionati
di flauto che già mi hanno sollecitato a farlo [adattare cioè il Settimino
op. 20 ad un organico con flauto]. Essi sciamerebbero intorno e se ne
ciberebbero avidamente come tanti insetti». La prassi editoriale del tempo, per
evidenti motivazioni commerciali, sollecitava i compositori a scrivere per
flauto o a predisporre immediatamente trascrizioni delle loro opere per questo
strumento. I musicologi hanno perciò molto studiato in merito alla concezione
"originaria" dell' opera 22: se da un lato i quartetti risultano le uniche
opere originali con strumenti a fiato nel catalogo di Viotti, tale
considerazione non è peraltro sufficiente ad affermare la scelta meramente
"commerciale" di scrivere per questo strumento. Il piano tonale dell'
opera 22: Si bemolle Maggiore - Do minore - Mi bemolle maggiore, dimostra
una concezione razionale con una simmetria della tonalità minore rispetto alle
maggiori e una forte affinità tra le tre tonalità dei quartetti. Alessandro Rolla Quartetto in mi minore op.2 nº1 BI 428 La produzione strumentale di
Alessandro Rolla, nato a Pavia nel 1757, annovera più di seicento opere, tra le
quali un buon numero dedicate alla viola: già quindicenne Rolla rivela il suo
talento eccezionale nel suonare questo strumento all'epoca poco apprezzato,
ricco tuttavia di valenze virtuosistiche. Un aneddoto celebre, ritenuto
attendibile poiché tramandato da Stendhal nei suoi diari di viaggio, vieta a
Rolla di sounare in pubblico la viola, poichè le donne non potevano ascoltarlo
senza cadere in deliquio o essere colte da attacchi di nervi. L'elezione a
Primo violino dell'orchestra di Parma, dove risiederà tra il 1792 e il 1802,
gli darà la possibilità di esibirsi come violinista solista e per questa sua
mansione di virtuoso Rolla comporrà un gran numero di concerti (ne conosciamo 21)
in cui il virtuosismo raggiunge vertici tecnici sconosciuti persino ai contemporanei
Viotti, Rode e Kreutzer.
Figura indiscutibilmente emblematica della cultura italiana nel Lombardo Veneto,
fu «primo violino e direttore» dell'orchestra del Teatro alla Scala dal 1802
al 1833: con carattere tollerante e solido professionismo seppe sopravvivere ai
mutamenti politici del suo tempo, sia durante la dominazione francese
(1801-1815) che nella restaurazione austriaca, portando un profondo rinnovamento
all'orchestra: sul modello delle orchestre parigine di fine secolo vi
introdusse strumentisti di grande valore come il fagottista Gaetano Grossi, il
clarinettista Giuseppe Adami, e nel mese di marzo 1803 riuscì addirittura ad
ottenere dal Governo francese uno speciale contratto alle prime parti della
Scala. Il Conservatorio di Milano, fondato in quegli anni, e modellato su quello
di Parigi, deve a Rolla, suo primo docente di violino, l'introduzione della
grande musica francese nel Lombardo-Veneto: creerà in 25 anni di insegnamento
una scuola di violino e viola, non inferiore a quella parigina del celebre
Kreutzer. Nel 1796 il tredicenne Paganini si rivolge a Rolla, il quale da subito
ne riconosce l'eccezionale talento, nel 1813 favorirà in ogni modo la sua
esibizione alla Scala, nel 1820 la pubblicazione dei 24 Capricci presso Ricordi.
Anche Paganini, nell'ultimo decennio
della sua vita con il XIV e il XV Quartetto e la Sonata per la gran
viola, renderà omaggio a Rolla, riconoscendogli la fama di "maestro di
Paganini". Nelle accademie private milanesi che si svolgevano presso le dimore
delle famiglie aristocratiche, dell'alta borghesia o di uomini
"illuminati" e sensibili alle arti, si eseguiva un repertorio certo
influenzato dalla cultura asburgica ma anche a lavori di compositori autoctoni, volti a fare emergere a turno i vari
interpreti di cui erano ben noti i pregi. Rolla
stesso, che ancora nel 1841, a 85 anni «continua a suonare ogni settimana
Quartetti dei nostri eroi tedeschi e precisamente con variazione primo e secondo
violino, non raramente con foga giovanile», prendeva parte alle esecuzioni per
le quali si circondava di professionisti, allievi volenterosi e amateurs dotati di abilità
considerevoli. Letizia Michielon Mit drei Spielkarten, Serenata per flauto e trio d'archi La Serenade, ludico omaggio alla Serenata per 11 strumenti di Maderna e al teatro mozartiano, trae ispirazione dal saggio kierkegaardiano sul Don Giovanni e dalla concezione dello Spiel (il gioco) in Wahreit und Method (Verità e Metodo) di Gadamer. Le tre carte, il cui ordine viene estratto, prima dell'esecuzione, rappresentano la trasmutazione (Verwandlung) delle tre figure mozartiane in cui si articola lo stato estetico. Frammenti della serie maderniana si intrecciano così a cellule motiviche, accuratamente occultate, estratte da Le Nozze di Figaro ("Farfallon, farfallon amoroso"), Flauto magico (Siebzehnter Auftritt, tra Monostato e Papageno) e DonGiovanni ("Fin ch'an del vino calda la testa"). La drammatizzazione del desiderio prende ora il volto sognante di Cherubino (ove il desiderio malinconico è reso dall'impasto vellutato della viola e del flauto contralto), ora quello lieve e giocoso di Papageno (ove il desiderio cercante è affidato agli intrecci del flauto in do e del violino), ora quello inquietante e magnetico di Don Giovanni (in cui il desiderio bramante parla attraverso la voce profonda del violoncello e del flauto basso). Il gioco della seduzione descritto in Enten-Eller si fonde così con la concezione gadameriana della Verwandlung e la sorpresa dell'alea: l'estrazione iniziale stabilisce non solo l'ordine delle Verwandlungen ma anche la successione dei frammenti di cui si compone la cadenza del flauto solo. Nella scena finale il trio d'archi e l'ottavino - ultima trasmutazione del flauto - portano alla luce la fonte del materiale melodico consentendo, dopo la mimesis (imitazione), il piacere estetico del ri-conoscimento, e svelando la consonanza tra ludus e opera d'arte. (Letizia Michielon) Ermanno Wolf-Ferrari Introduzione e Balletto op. 35 Una celebre frase tratta dagli scritti di Schönberg ci può
aiutare a introdurre l'estetica musicale affatto diversa di Ermanno
Wolf-Ferrari: «Denn Wenn es Kunst ist, ist sie nicht für alle, und wenn sie für
alle ist, ist sie keine Kunst» (Se è arte non è per tutti, se è per tutti non è arte).
Tale asserzione, da
molti interpretata come una prova dell'intellettualismo esasperato che
starebbe alla base della concezione estetica del compositore austriaco,
considera l'arte come un bene fruibile solo da un'élite culturale. «Il dramma di questa crociata contro le regole si rispecchia nei Maestri Cantori, dove già se ne fa oggetto di riflessione. Il rappresentante della regola senza genio, Beckmesser, vi è messo in ridicolo nel modo più crudo; quello della genialità ignara di regole, Walter, su un piedistallo di gloria. Ma perché sarebbe stato troppo contraddittorio il concetto di un genio senza studio affatto, e sovrumano o preumano un artista raffinatissimo, come Walter che sapesse la musica così come la sanno gli uccelli, Wagner gli fa dare una lezione da Hans Sachs, presentendo il pericolo che dal fanatismo della rivoluzione per la rivoluzione potesse sorgere una nuova sorta di pedante a sventolare la bandiera anarchica di chi si crede genio solo perché non ha mai voluto studiare. Per cui Hans Sachs, ad impedire l'avvento di questo nuovo Beckmesser dalla posa genialoide, è costretto a parlar di regole con Walter e, quando questi gli chiede "come debba cominciare secondo le regole", a rispondergli così: "Stabilitele voi stesso e poi seguitele"». La colpa dunque è, secondo Wolf-Ferrari, di chi non si sottopone a nessuna regola, neanche stabilita da se stesso. Introduzione balletto op. 35, è uno degli ultimi lavori strumentali di Wolf-Ferrari. Le sue prime opere cameristiche - scritte tutte tra il 1895 e il 1901 - denotano una completa adesione al mondo musicale romantico, senza peraltro tener conto di valenze già affermate in quegli anni, come il cromatismo, l'uso limitato delle progressioni, la densità tematica. Uno stile completamente abbandonato nei lavori cameristici degli ultimi anni, a partire dal 1940. Il lungo percorso creativo della sua produzione operistica, dal primo successo dei Quatro Rusteghi (1906), al Campiello (1936), ha prodotto una lunga pausa creativa nel genere della musica da camera. In questi lavori della piena maturità (scritti tra il 1940 e l'anno della morte, il 1948) Wolf-Ferrari sente di doversi allontanare energicamente dalla temperie romantica e per assumere a modello l'eleganza, la compostezza e l'equilibrio formale propri del Settecento musicale italiano. Non si tratta però di cambiare i propri riferimenti estetici o rivolgere lo sguardo a forme di tradizione che si sentono ora più vicine al proprio gusto ma di raggiungere uno stato di grazia che egli stesso definisce «limpidezza del cuore»: «Se la lente dell'occhio fosse in se stessa colorata, l'occhio non vedrebbe questo colore e gli altri [colori] ne verrebbero influenzati. Così deve essere limpido e "incolore" il cervello perché possa arrivare l'attimo creativo. Questo stato di limpidezza del cuore gli indiani lo definiscono con l'espressione: avere il cuore vuoto, espressione che è una lode, perché così intendono dire che solo il cuore vuoto da interessi parziali è capace di darsi tutto ad un attimo e renderlo, in tal modo, sublime.» Secondo
la mia opinione Reger dovrebbe essere frequentemente eseguito: in primo luogo
perché ha composto molto, e in secondo luogo perché è morto da tempo, ma non
valutiamo lucidamente la sua importanza (penso sia un genio)». Arnold Schönberg,
non era certo in accordo con i musicologi che guardavano alla musica di Reger
come antefatto alla "rottura
radicale" con la tradizione che avrebbe condotto alla musica atonale e alla
formulazione della tecnica dodecafonica. Questa
impostazione, infatti concentra la riflessione sull'aspetto dell'innovazione
armonico-sintattica del linguaggio musicale, sminuendo il valore dell'opera di
Reger che, come affermò il critico Carl Kreibs nel 1905 «adottava
molteplici strategie per riferirsi alla tradizione». Dunque assistiamo a
scelte che aderiscono perfettamente alla tradizione, ma solo limitatamente a
certi parametri del comporre, mentre altre aspettative vengono invece totalmente
disattese. (a cura di RC) |