Ex Novo Ensemble
Conservatorio Benedetto Marcello, Lunedì 17 ottobre 2011, ore 20.00 Maraviglia udirai, se mi secondi Daniele Ruggieri flauto, Davide Teodoro clarinetto Aldo Orvieto pianoforte, Amalia de Götzen live electronics Claudio Ambrosini direttore, Alvise Vidolin regia sonora Ex Novo Ensemble Carlo Lazari violino Mario Paladin viola Carlo Teodoro violoncello Annunziata Dellisanti percussioni con la partecipazione di Carlo Pinardi, Filippo Barbagallo, clarinetti Laura Micelli clarinetto basso Guida critica di Claudio Ambrosini In collaborazione con SaMPL e Conservatorio Benedetto Marcello BRIAN FERNEYHOUGH (1943) GWYN PRITCHARD (1948) FABIO NIEDER (1957) VALERIO SANNICANDRO (1971) PAOLO PEREZZANI (1960) GEOFFREY KING (1960) Brian Ferneyhough Sonatina Brian Ferneyhough è nato a Coventry in Inghilterra nel 1943. Le sue prime esperienze musicali, come trombettista, ebbero luogo nella sua città natale nel contesto delle locali brass band; i suoi primi studi formali invece si svolsero presso la Birmingham School of Music e in seguito presso la Royal Academy of Music di Londra con Lennox Berkeley. La Sonatina per tre clarinetti e clarinetto basso, del 1963, è il suo primo lavoro pubblicato e appartiene a questo periodo di apprendistato. Si articola in tre tempi, tra cui i due estremi di carattere vitalistico, quasi prokofieviani, racchiudono un andante pensoso. Di ascendenza quasi popolare, sprigiona spontaneità e franchezza, pare una sorta di esercizio di stile del compositore. Può essere interessante notare che in questa Sonatina non vi sono tracce del paradigma poetico che Ferneyhough avrebbe di lì a poco eletto a propria cifra stilistica: quella complessità che a partire dalla scrittura dovrebbe stabilire una sorta di ponte tra compositore ed esecutore; un legame creato dalla tensione dell'interprete nel tentativo di superare le difficoltà trasmesse dalla partitura, spesso coscientemente quasi insormontabili. Gwyn Pritchard Opera nuova Scritto su invito di Claudio Ambrosini, questo nuovo lavoro si concentra su quattro strumenti: flauto, clarinetto, violino e violoncello. La scelta di un simile organico è stata dettata dall'esigenza di differenziazione rispetto ad alcuni miei recenti lavori che avevano invece una forte caratterizzazione in senso armonico, pezzi scritti per orchestra o che includevano il pianoforte, visto essenzialmente come strumento produttore di accordi. In questo lavoro invece la mia attenzione si è spostata sull'esplorazione di andamenti più lineari e caratterizzati timbricamente. (Gwyn Pritchard ) Fabio Nieder Zwei Spiegel , versione per pianoforte ed elettronica Una composizione in due parti. Due specchi. La prima parte è un Lied, Il baritono solista e il suo specchio: il pianoforte. La seconda parte è un Klavierstück, il pianoforte solista e il suo specchio: il baritono. Nel Lied il pianista "accompagna" il baritono. Alla fine del Lied il pianoforte cessa di suonare, il baritono rimane solo con la risonanza-specchio della sua voce proveniente dalla cassa del pianoforte. Poi si allontana e canta da dietro il pianoforte, con voce inespressiva, quasi come un attributo del suono del pianoforte. Il testo di Celan cantato del Lied e il suo riflesso allo specchio: il non-testo che il baritono canta dietro al pianoforte durante il Klavierstück. Il Lied è diviso in due parti. La prima parte nel registro basso è una polifonia a 6 voci con la tendenza degli intervalli a scendere. La seconda parte nel registro acuto è una polifonia a 6 voci con la tendenza degli intervalli a salire. Le due parti sono una lo specchio dell'altra: un canone a specchio. Nel Klavierstück i canoni del Lied si sovrappongono e vanno a formare un super-canone a specchio a 12 parti. Il materiale sonoro che nel Lied era scarno e invernale, fiorisce nel Klavierstück come i fiori di un albero in primavera. Qui il pianista diventa il protagonista e assorbe la voce del baritono all'interno del suo cosmo sonoro. Due specchi. L'immagine riflessa? Chi è l´immagine e chi il suo riflesso? La versione con l'elettronica utilizza la mia voce come materiale elaborato in studio. Il baritono come persona visibile è assente. La sua voce è sempre in bilico fra la mia voce naturale e quella di una macchina. Dapprima il pianista accompagna un fantasma. Poi il fantasma si allontana e il pianista vivo e vegeto prende il sopravvento sulla voce-macchina. È la macchina lo specchio dell'uomo? O viceversa? (Fabio Nieder) Valerio Sannicandro Trois Sutras (quarta scena da Hagakure, 2011) Trois Sutras costituisce il materiale musicale principale della quarta scena di un'opera teatrale da camera basata sull'antico testo giapponese chiamato Hagakure. In ognuna delle sette scene che costituiscono l'opera un aspetto differente della filosofia e della cultura del Bushido viene tematizzato grazie ad una drammaturgia prodotta per collage con frammenti di testi spesso aforistici. La quarta scena dunque è dedicata alla religiosità; il canto di una donna, Akemi TONE, sciamano e guardiana di un tempio a Kyoto, che intona delle preghiere rituali scintoiste mi colpì da subito, e quando su mia richiesta accettò di registrarle, decisi di farne parte integrante del progetto a cui stavo lavorando. L'uso di questi suoni concreti è stato però deciso anche per affermare il carattere di diario della mia permanenza in Giappone cui questa opera inevitabilmente racchiude. Nella versione per concerto tre diverse situazioni musicali, su tre preghiere differenti si succedono senza pausa; in esse cambia la relazione tra strumenti, elettronica in tempo reale e suoni registrati: flauto basso e clarinetto basso possono per esempio generare i suoni vocali - possono accompagnarli semplicemente o arricchirli con un procedimento di morphing in tempo reale. (Valerio Sannicandro) Paolo Perezzani Nella pietra e nel vento Azione musicale per piccolo ensemble e elettronica (2011) Che qualcosa possa accadere: movimenti di suoni, di parole e movimenti dentro al suono, spostamenti. Qualcosa come un agire del pensiero orientato a fare senso: a darsi cioè all'ascolto non tanto perché si tratti qui di dire qualcosa, ma piuttosto per offrire un'altra possibilità di contatto, un'altra chance, affinché vi sia condivisione e dunque costruzione, appunto, di senso. In questo vorrei ogni volta riuscire: ad introdurre qualcosa come un dono o una scossa e così arrivare ad aprire - a contribuire ad aprire - al nuovo, e ad un orizzonte di nuova modernità. Ed è verso un tale orizzonte che mi sono apparse proiettate le parole erranti, evocatrici di sogno e di speranza, di Adonis (Ali Ahmad Saïd Esber). La forza, il fuoco, dei versi del grande poeta arabo potranno aiutare anche noi a denunciare e a reagire alla tendenza distruttiva che pare pervadere la nostra società? Francesca M. Corrao - curatrice di una bella antologia di poesie di Adonis il cui titolo, tratto da un verso del poeta, ho voluto riproporre anche per questo lavoro - vi vede agire una sorta di nuovo umanesimo capace di «fare emergere le infinite capacità dell'essere umano di cambiare se stesso e la realtà». In questa breve composizione ho cercato di indagare, come in alcuni altri miei lavori, diverse possibilità di interazione tra il suono, lo spazio e la parola: questa volta facendo dunque incontrare, nello spazio, la prosodia e la musicalità del verso arabo e diversi andamenti strumentali. A suonare - a volte arrivando ad assumere atteggiamenti anch'essi parlanti - sono degli strumenti che ho immaginato in una qualche misura come reinventati, perché derivanti ognuno dalla fusione degli andamenti per lo più di due strumenti tradizionali. (Paolo Perezzani) Geoffrey King Concertino Concertino è stato composto all'inizio di quest'anno grazie ad una commissione di Ernesto Rubin de Cervin ed è concepito per i musicisti dell'Ex Novo Ensemble e il loro pianista Aldo Orvieto. L'idea di partenza mi è venuta in sogno, come mi succede talvolta. Ho udito un pezzo in tre stili nettamente distinti che si intersecavano l'un l'altro in maniera brusca. Quando mi sono svegliato ero piuttosto turbato dal rischio di incoerenza che una scelta del genere poteva comportare, eppure sentivo una sorta di dovere nei confronti una simile ispirazione e le ho tenuto fede, per lo meno fino ad un certo punto. Con mia grande sorpresa il pezzo ha poi preso una strada diversa ed è diventato un piccolo concerto per pianoforte. Il primo movimento è crudo, vigoroso e ha un andamento quasi di danza. Ci sono allusioni a musiche per banda e a brani di musica leggera: clarinetto, vibrafono e pianoforte possono infatti con facilità lasciare il mondo della musica da camera e virare nella direzione di una musica più pop. Ma, sparpagliati ovunque nel tessuto strumentale, ci sono anche vibrati grossolani, alterazioni microtonali, “sporcature”, glissati e altre tecniche più “terra-terra”. C'è posto perfino per l'imitazione di una improvvisazione collettiva… Il movimento centrale comincia con un solo di violoncello ispirato allo stile inglese dell'innodia. Un momento religioso, che si dissolve comunque presto per trasformarsi in una musica dai contorni non ben definiti dal punto di vista armonico, melodico e ritmico. Compaiono ora, invece, atmosfere a effetto, sfumature di colore, sfocature, immagini nebbiose… in altre parole, influssi dal mondo naturale. La direzione qui è contraria a quella del primo movimento, scandita e brusca. Il Finale porta poi ad una terza maniera espressiva, più fredda, contenuta, distaccata perfino, tendente all'equilibrio. C'è qui chiarezza, piuttosto che nebbia, e molto diatonismo, che non vuole essere né parodia né citazione ma semplicemente ciò che è. (Geoffrey King) (a cura di AO) |